Posts tagged ‘iraq’

Petrolio, ora l’Eni approda a Nassiriya. Al via la corsa ai giacimenti in Iraq

Roma, 2 apr. (Adnkronos/Ign) – ”C’è una nostra offerta” per lo sfruttamento dei giacimenti di Nassiriya, in Iraq. Ad affermarlo, a margine di un’audizione in Commissione Industria del Senato, è stato l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni. Un’offerta, questa, che il gruppo petrolifero italiano presenterà ”da soli” anche se successivamente ”ci potremmo associare” con eventuali partner. ”Non sapremo nulla prima di venti giorni” dice Scaroni.

L’eventuale aggiudicazione dell’appalto per lo sviluppo dei giacimenti di Nassiriya potrebbe rappresentare per l’Eni una vera e proprio manna visto che l’Iraq è al secondo posto nel mondo per dimensioni delle riserve di greggio.

Infatti, come ha affermato all’inizio del mese lo stesso Scaroni, l’Iraq rappresenta ”la nuova mecca del petrolio”. ”E’ sempre stato un Paese ricchissimo di risorse petrolifere, ma che per molti anni è uscito di scena dal mondo del petrolio. Ho l’ambizione – aveva affermato l’ad del gruppo petrolifero italiano – che Eni sia la prima compagnia internazionale che ‘sbarca’ in quel Paese”.

L’Iraq in queste ultime settimane ha indetto diverse gare ‘rapide’ aperte a società straniere in modo da aumentare nel breve termine la produzione di petrolio del Paese. Il ministro del petrolio iracheno, Hussain Shahristani, nei giorni scorsi aveva affermato che per il giacimento di Nassiriya si aspettava di arrivare entro 18 mesi a raggiungere una produzione di 100.000 barili al giorno. Il giacimento di Nassiriya di Dhi Qar ha delle riserve stimate di circa 4 milioni di barili. In lizza per lo sviluppo dei giacimenti di Nassiriya oltre all’Eni ci sarebbero anche Nippon Oil e Repsol Ypf.

Nel corso dell’audizione in Commissione al Senato Scaroni si è soffermato anche sulle importazioni di gas, sottolineando che “non ha più senso nella situazione attuale prolungare i tetti Antitrust“, che limitano fino al 2010 le importazioni di gas in Italia da parte di Eni. L’ad definisce i tetti ”una misura anacronistica, inutilmente punitiva che non capisco”.

Una misura ”che non esiste in Germania, in Francia o in Belgio…” e che colpisce l’operatore dominante, ”l’Eni che ha una quota di mercato molto più bassa rispetto a quella degli altri operatori dominanti nei loro rispettivi mercati”. Gaz de France, ad esempio, rileva Scaroni, “ha una quota di mercato in Francia dell’89% mentre quella dell’Eni è del 64% in Italia”.

Ogni volta che c’è una crisi del gas, sottolinea, “tutti vengono da noi. Vogliamo o non vogliamo l’Eni? Se dovremo ridurre le nostre quote di mercato dovremo andare in altri mercati e rischiamo di avere meno disponibilità in Italia nel momento del bisogno. In un Paese come il nostro, molto dipendente dal gas, è una buona cosa avere uno dei più grandi operatori del settore. E’ un bene non un male”. Un prolungamento dei tetti Antitrust, conclude, ”è in contraddizione con la sicurezza degli approvvigionamenti”.

Adnkronos Economia

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2 aprile 2009 at 12:03 Lascia un commento

Iraq: scarpe contro Bush, condannato

Giornalista iracheno scontera’ 3 anni di carcere (ANSA) – BAGHDAD, 12 MAR – E’ stato condannato a 3 anni di carcere Muntazar al Zaidi, il giornalista iracheno che lancio’ le sue scarpe contro George W. Bush. Il lancio avvenne il 14 dicembre scorso durante l’ultima conferenza stampa in Iraq di Bush da presidente degli Stati Uniti. Lo riferisce la Tv al Baghdadiya, l’emittente per la quale lavorava al Zaidi. Al Zaidi, 30 anni, con il suo gesto e’ diventato una sorta di ‘eroe’ per molti iracheni e molti arabi.

ANSA.it

13 marzo 2009 at 10:23 Lascia un commento

Scajola in Iraq, ENI in pole position per il petrolio di Nassiriya

A Nassiriya campo da 4,4 miliardi di barili

A Nassiriya campo da 4,4 miliardi di barili

L’Eni è in pole position per aggiudicarsi il contratto relativo allo sfruttamento del giacimento petrolifero di Nassiriya. Un campo petrolifero che, secondo le stime del ministero del petrolio iracheno, vanta riserve per circa 4,4 miliardi di barili, con un potenziale di produzione di almeno 300.000 barili al giorno. Una stima, quest’ultima, nettamente al di sotto della valutazione dell’amministratore delegato del gruppo petrolifero italiano, Paolo Scaroni, secondo il quale potrebbe raggiungere il milione di barili.

La conferma indiretta del prossimo buon esito della gara è venuta dal ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola, partito oggi per Bagdad. Scajola, in un’intervista al Giornale ha preannunciato che durante la sua permanenza in Iraq firmerà “un accordo che ci permetterà di avere in Italia un’altissima percentuale del petrolio estratto” in quel Paese. Un’intesa a livello governativo che potrebbe preludere alla prossima sigla del contratto anche da parte dell’Eni.

La scorsa settimana il ministero iracheno del petrolio aveva annunciato che il governo avrebbe finito di esaminare le offerte presentate dalle compagnie entro febbraio, per decidere a marzo a chi assegnare il contratto. In corsa per il giacimento di Nassiriya, nel sud dell’Iraq, nella provincia di Dhi Qar, sono solo tre compagnie petrolifere. Oltre all’ENI ci sono la giapponese Nippon Oil, e la spagnola Repsol. Si tratta di uno dei molti giacimenti iracheni già scoperti ma non ancora sfruttati.

L’amministratore delegato Paolo Scaroni, ospite di “Domenica in”, ha ribadito di nutrire “l’ambizione che l’Eni sara’ la prima compagnia internazionale che sbarca” in Iraq. “Mi auguro – ha detto – che questo avvenga nei prossimi mesi. La nuova frontiera che vogliamoaprire e’ l’Iraq. Un po’ la nuova mecca del petrolio”.

Il ministro ricorda che “siamo il secondo importatore di petrolio iracheno dopo gli Stati Uniti e le nostre imprese hanno gia’ siglato contratti nel settore delle perforazioni petrolifere, delle infrastrutture e della fornitura di trattori e altri grandi veicoli per un miliardo di cui quelli già esecutivi valgono 600 milioni”. L’Iraq, spiega ancora Scajola, “è il nostro terzo fornitore con una quota del 10-15%”.

“L’obiettivo è aumentare la partecipazione italiana alla ricostruzione dell’Iraq”, aggiunge dalle pagine del Corriere della Sera il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, spiega in un’intervista al Corriere della Sera, il motivo della sua visita odierna a Bagdad. Scajola sottolinea come in seguito alle recenti elezioni amministrative il Paese stia procedendo “verso la normalita’”. “Confidiamo di essere sempre piu’ coinvolti in grandi progetti – aggiunge – come il porto di Al Faw, da 4 miliardi di dollari, di cui alcune imprese italiane hanno già realizzato una parte della progettazione”.

RaiNews24

2 marzo 2009 at 11:07 Lascia un commento

La ritirata americana dall’Iraq “Agosto 2010, missione finita”

La ritirata americana dall'Iraq "Agosto 2010, missione finita"

WASHINGTON – “Il 31 agosto dell’anno prossimo la nostra missione di combattimento in Iraq sarà finita”, annuncia Barack Obama circondato dai marines in partenza per l’Afghanistan. Ma l’ultimo soldato americano lascerà Bagdad tra tre anni, nel dicembre del 2011. La fine della guerra voluta da George Bush, che dura da ormai sei anni, sarà lentissima e l’uscita dei 142mila militari americani avverà in due tappe: i generali hanno convinto il presidente, che aveva promesso di riportare tutti a casa in soli 16 mesi, che non si poteva fare per ragioni di sicurezza.

Il generale Ray Odierno, successore di Petraeus a Bagdad, ha ottenuto un ritiro più lungo e ragionato, tanto che il piano di uscita dal conflitto ha ottenuto il sostegno del repubblicano John McCain, ma non ha convinto la speaker del Congresso, Nancy Pelosi, i massimi livelli del Partito democratico e i gruppi liberal e pacifisti.

Il giorno dopo aver rivoluzionato la politica economica e fiscale americana, presentando un budget che alza le tasse ai più ricchi per abbassarle ai ceti medio-bassi e garantire una copertura sanitaria a tutti gli americani, Obama ieri è apparso molto più moderato nel presentare la sua strategia militare. La decisione di chiudere quella che ha sempre considerato una guerra sbagliata viene confermata, ma il presidente è sembrato preoccupato dai rischi di essere accusato di volersene andare dall’Iraq troppo in fretta. E ha ricordato che l’America ha anche “interessi strategici e responsabilità morali nei confronti degli iracheni”, che deve preoccuparsi di lasciare un Paese stabile e pacificato, capace di stare in piedi da solo e di governarsi, e ha anche promesso che nei prossimi mesi la sua Amministrazione garantirà una maggiore assistenza ai rifugiati fuggiti in questi anni dall’Iraq.


Come ha poi spiegato il segretario alla Difesa Robert Gates, un nuovo picco nella presenza militare nel Paese verrà anzi raggiunto alla fine dell’anno, in coincidenza con una nuova serie di scadenze elettorali che hanno spinto ad allungare i tempi. “Lasciare a maggio – ha sottolineato Gates – avrebbe comportato problemi logistici legati alla sicurezza, visto che dopo le elezioni occorre sempre un periodo di stabilizzazione”.

Così entro il 31 agosto del prossimo anno torneranno a casa tutti i battaglioni da combattimento, circa 100mila uomini, ma per altri 16 mesi le truppe a stelle e strisce – con un numero di soldati compreso tra 35 e 50mila – resteranno ancora a Bagdad per garantire la sicurezza dei civili, l’addestramento dell’esercito iracheno e le missioni anti terrorismo. I militari rimasti non avranno compiti e missioni di combattimento, ma una quota importante di loro sarà pronta a farlo se necessario. E questo non è proprio piaciuto alla Pelosi e ai leader democratici al Congresso, che avrebbero preferito che in Iraq rimanesse soltanto un piccolo contingente di non più di 15mila uomini.

Obama nello stesso tempo ha rimesso al centro della sua strategia l’impegno contro Al Qaeda in Afghanistan e Pakistan, “fronte centrale della lotta al terrorismo”, e ha rilanciato la diplomazia, enfatizzando la necessità di coinvolgere anche la Siria e l’Iran nel processo di pace in Medio Oriente, “per raggiungere una pace duratura tra Israele ed il mondo arabo”.

Il lungo discorso sul futuro dell’impegno americano in Iraq è stato fatto in mezzo ad una folla di soldati in mimetica e con la testa rasata a zero, alla base dei Marines di Camp Lejeune in South Carolina, da cui partiranno in 8.000 per Kabul. Le parole di Obama erano anche trasmesse in diretta alle truppe americane in Iraq, che hanno sottolineato con un lungo applauso l’annuncio della fine della loro missione.

Prima di prendere la parola davanti ai militari, Obama aveva informato della sua decisione il suo predecessore alla Casa Bianca, George W. Bush, e il premier iracheno Nuri al Maliki, a cui ha anche comunicato che il nuovo ambasciatore a Bagdad sarà il veterano della diplomazia americana Christopher Hill. Il diplomatico, fino ad oggi, era stato impegnato nelle trattative sul programma nucleare della Corea del Nord.
I marines hanno accolto Obama con un boato e lo hanno interrotto diverse volte nel corso del suo intervento, soprattutto quando il neo presidente ha elogiato il lavoro ed il sacrificio dei soldati americani per difendere la libertà degli iracheni. “Voglio essere molto chiaro – ha sottolineato -: abbiamo mandato le nostre truppe per rimuovere il regime di Saddam Hussein e voi avete portato a termine il vostro lavoro”. L’applauso più grande però è arrivato quando ha annunciato l’incremento del budget militare che consentirà di aumentare la paga dei soldati: “Aumenteremo il vostro salario, continuando a fornire assistenza verso i vostri bambini”. E con questa ovazione il presidente ha concluso il suo discorso più difficile da quando è stato eletto.

Repubblica.it

28 febbraio 2009 at 11:05 Lascia un commento

New York Times: inchiesta su corruzione tra alti gradi Usa durante la ricostruzione in Iraq

Iraq

Le autorita’ federali americane stanno svolgendo indagini su alcuni casi di corruzione fra gli alti gradi dell’esercito Usa nelle fasi di intervento, estremamente caotiche, seguite alla caduta di Saddam Hussein. Scrive oggi in apertura il New York Times che sono in corso verifiche sui conti correnti e sulle proprieta’ di due colonnelli, uno dell’Esercito, l’altro dell’Aeronautica, all’epoca responsabili della distribuzione e della scelta dei contratti in Iraq tra il 2003 e il 2004.

Non viene specificato esattamente dal Nyt quali siano i sospetti su Anthony B. Bell e Ronald W. Hirtle ed entrambi gli ufficiali dicono di non avere nulla da nascondere. Ma sarebbero coinvolti in una rete di corruzione diffusa che sarebbe stata svelata agli inquirenti da un trafficante di armi e di contractor, Dale C. Stoffel, poi ucciso a nord di Baghdad alla fine del 2004. Prima di essere ucciso, Stoffel aveva tracciato con perizia un rapporto della situazione degno di un romanzo criminale: decine di migliaia di dollari stipati in scatole della pizza e consegnate agli uffici contratti degli americani a Baghdad, denari paracadutati a pioggia attorno alla Zona verde della capitale irachena.

Le dichiarazioni di Stoffel vennero all’epoca considerate piu’ che credibili dagli inquirenti, tanto che all’uomo venne garantita l’immunita’ in cambio delle informazioni, secondo alcuni documenti governativi di cui il Nyt ha ottenuto copia. Finora la procura ha ottenuto 35 condanne per casi di corruzione relative alle fasi della prima ricostruzione in Iraq, ma la maggior parte di questi riguardava contractor privati o militari di medio rango.

RaiNews24

15 febbraio 2009 at 11:15 Lascia un commento

Gb: piu’ spese per Iraq- Afghanistan

2, 6 mld sterline per guerra Afghanistan e 2 mld in Iraq nel 2008 (ANSA) – LONDRA, 13 FEB – Il costo delle operazioni militari dell’esercito britannico in Iraq e in Afghanistan durante lo scorso anno e’ aumentato del 50%. Lo rende noto il ministero della Difesa precisando che le spese totali ammontano a 4,5 miliardi di sterline: 2,6 miliardi contro gli 1,5 del 2007 per la missione afghana e 2 miliardi contro gli 1,5 del 2007 per quella irachena. L’aumento della somma e’ dovuta anche all’introduzione di nuovi veicoli blindati per proteggere i soldati da agguati kamikaze.

ANSA.it

14 febbraio 2009 at 11:02 Lascia un commento

Iraq, è italiano il primo ‘turista’ a Falluja

L'articolo del New York Times nella versione on line

Baghdad, 7 feb. (Adnkronos) – E’ italiano il primo turista nella città irachena di Falluja, cuore del ‘triangolo sunnita’ in cui dopo la caduta di Saddam Hussein si è concentrata la resistenza di al Qaeda e dei baathisti contro il nuovo governo iracheno e i militari stranieri. Si chiama Luca Marchio, 33enne di Como, ed è riuscito a rimanere solo poche ore nella città, teatro delle azioni più cruente della guerra. Il New York Times gli dedica una storia.

La sua avventura infatti non è durata molto, appena è stato individuato a un posto di blocco iracheno, mentre si trovava ancora sull’autobus che lo portava da Baghdad a Falluja, è stato trasferito al quartier generale della polizia della città, circondato da agenti sorpresi. ”Sono un turista. Voglio visitare le città più importanti del Paese. Questa è la ragione per cui sono qui ora. Voglio vedere e comprendere la realtà perché non sono mai stato qui e penso che ogni paese al mondo debba essere visto”, ha dichiarato candidamente nell’intervista telefonica concessa al quotidiano americano.

Marchio è stato costretto a lasciare prima di sera Falluja, la città tornata relativamente tranquilla solo da poco grazie al coinvolgimento delle milizie sunnite locali e l’aumento delle forze americana coordinate dal generale David Petraeus. ”Le autorità mi hanno spiegato che non potevo rimanere perché non vi erano alberghi. Mi hanno suggerito di fare un giro veloce e poi di tornare a Baghdad”, ha spiegato.

L’ambasciata italiana a Baghdad ha poi ricostruito l’itinerario solitario di Marchio, che è arrivato in Egitto dall’Italia, poi in Turchia, da dove è entrato in Iraq via terra. Una fotocopia del suo passaporto dimostra che ha ottenuto alla frontiera un visto di dieci giorni per entrare nel Kurdistan. Poi ha proseguito in taxi, da Erbil a Baghdad, dove ha soggiornato al Coral Palace, un albergo che non riceveva la visita di un turista occidentale dall’invasione americana del marzo del 2003. Il suo caso ha creato scalpore: la polizia irachena ha convocato i giornalisti locali per raccontare loro di Marchio, anche i marines americani ne sono stati informati, così come l’ambasciata italiana. Per stabilire infine che non era un jihadista, ma solo un turista. Il primo.

Adnkronos Esteri

7 febbraio 2009 at 19:47 Lascia un commento

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