Posts tagged ‘barack obama’

Talebani on line, il provider era texano

La notizia guadagna l’apertura del Washington Post, anche se non è la prima volta che emergono legami fra gruppi terroristici e provider americani. Ma ora che il primo fronte, nell’era Obama, diventa quello afgano, fa una certa impressione sapere che per circa un anno i talebani hanno utilizzato un sito internet per reclutare nuovi supporter. E la pubblicazione on line era a cura di un provider texano.

Il Washington Post identifica questa società americana con il nome ThePlanet.

Il sito in questione sarebbe diventato la voce dell’Emirato Islamico d’Afghanistan: chi lo ha noleggiato ha versato alla società Usa circa 70 dollari al mese, pagabili anche
con carta di credito. “La spesa relativamente bassa e l’alta qualità dei server
americani rappresentano un’attrattiva per i jihaddisti”, spiega al Post Rita Katz, co-fondatrice del ‘Site Intelligence Group’, una societa’ privata che svolge attività di monitoraggio sulle comunicazioni dei gruppi estremisti islamici.

RaiNews24

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9 aprile 2009 at 10:56 Lascia un commento

In Italia forte mobilitazione contro l’eolico, un “business appetitoso” che distrugge il paesaggio.

Pubblicato giovedì 2 aprile 2009 in Francia

[Le Monde]

Un’irruzione come un’altra in Sicilia. Otto persone sono state arrestate in Febbraio nella provincia di Trapani: sia imprenditori che uomini politici. I primi sono sospettati d’aver versato ai secondi delle tangenti in cambio d’autorizzazioni per installare delle pale eoliche sul territorio da loro amministrato.

Risultato, il presidente della regione, Raffaele Lombardo, ha bloccato tutti i progetti per la costruzione di nuovi parchi eolici: 139 cantieri sono in sospeso. Un produttore di pale eoliche, a Siracusa, si ritrova sull’orlo del fallimento, per mancanza di commesse.

Eletto un anno fa, il Sig. Lombardo, che ha avuto conflitti con la giustizia nel passato, ha deciso di interrompere la partita che si giocava tra proprietari di terreni, eletti locali e Cosa Nostra, la mafia siciliana. Il suo progetto: investire, nella trasparenza, 5 miliardi di Euro su cinque anni per fare della Sicilia un modello di produzione di energia da fonti rinnovabili , grazie in particolare al solare, dal quale spera di ottenere, alla fine, il 50% del consumo delle amministrazioni locali (scuole, comuni, ospedali…). Di passaggio a Palermo, in Marzo, il consigliere per l’energia di Obama, Jeremy Rifkin, ha accolto questo piano come una “rivoluzione”.

« Sono d’accordo per piccole torri di 15 metri per uso domestico, ma per le altre ci sarà bisogno di regole più ferree », insiste il Sig. Lombardo, che ritiene che con quattro raffinerie, la regione abbia già fatto molto per la causa dell’energia in Italia. La trasparenza finanziaria dei progetti, la presentazione dei certificati di proprietà in regola da parte degli installatori e l’effettiva messa in rete dell’energia prodotta sono ormai richieste. Di colpo, gli ecologisti vedono nel Sig. Lombardo il becchino di un’energia pulita, e gli avvocati degli imprenditori chiamati in causa hanno deposto decine di ricorsi presso i tribunali. “La pressione è enorme, ammette. Ho tanti nemici. Ma devo fare il mio dovere e il bene dei Siciliani.”

« Nuclearisti oggettivi »

L’eolico in Italia è un business appetitoso: 3700 torri sono già state installate, in gran parte nelle regioni del Mezzogiorno, le più povere, che producono meno dell’1% della domanda. La prospettiva, per i proprietari, di affittare i loro terreni, e per le amministrazioni locali di percepire dei contributi, ha permesso un rapido sviluppo dell’attività. Il governo italiano “sponsorizza” la produzione dell’elettricità all’altezza di 18 centesimi di Euro al kWh contro i 6 centesimi in Gran Bretagna o in Danimarca. Secondo Giuseppe Zollino, professore d’ingegneria elettrica all’università di Padova, questi incentivi potrebbero raggiungere la somma di 20 miliardi di Euro all’orizzonte 2020, se lo Stato si impegna a mantenere la promessa di produrre il 5% dell’energia consumata grazie all’eolico.

In questo contesto si è appena svolto, a Palermo, un seminario intitolato « Il paesaggio deturpato” organizzato dall’associazione Italia Nostra. Tutti i partecipanti erano contrari all’eolico e hanno mostrato i danni al paesaggio italiano. Da invitato, l’ex presidente della Repubblica (francese, N.d.T.) Valéry Giscard d’Estaing ha evocato la “fragilità del paesaggio dell’Europa del Sud” in presenza di queste “foreste rotanti”, denunciando “le lobby finanziarie” che hanno messo mano su queste attività, elogiando l’energia solare, “il futuro”, e il nucleare, “un’energia pulita”.

E’ la contraddizione nella quale discutono gli anti-eolici italiani. Come condannare in nome della la bellezza un’energia pulita senza sembrare sostenere il ritorno in Italia al nucleare che il parlamento si appresta a votare? L’Italia, che dipende dalle importazioni d’energia all’80% ha appena sottoscritto un accordo con la Francia per la costruzione di otto centrali da qui al 2030. Per Legambiente, la più importante associazione ecologica italiana, i partecipanti del seminario di Palermo sono “dei nostalgici di un’Italia perduta” e dei “nuclearisti oggettivi”.

Gli avversari dell’eolico, che sanno che la loro battaglia è ancora impopolare, hanno l’asso nella manica. L’articolo 9 della Costituzione italiana stabilisce che “Lo stato protegge il paesaggio tale quale è”.La bellezza può essere oggetto d’una battaglia costituzionale? Sì, secondo il consigliere di Stato Giuseppe Severini, per il quale “il paesaggio fa parte del patrimonio culturale” degli Italiani.

Italia dall’Estero

5 aprile 2009 at 17:15 Lascia un commento

Obama: “Al Qaeda prepara attacco contro gli Stati Uniti dal Pakistan”

Obama: "Al Qaeda prepara attacco contro gli Stati Uniti dal Pakistan"

WASHINGTON – Sconfiggere e smantellare Al Qaeda è l’obiettivo principale degli Stati Uniti in Afghanistan. Un impegno più che mai pressante, visto che la rete che fa capo a Osama Bin Laden “sta attivamente preparando un attacco contro l’America dal Pakistan”. Barack Obama ha illustrato oggi la nuova strategia in Afghanistan e Pakistan, sottolineando come il confine fra i due paesi sia “la zona più pericolosa del mondo”. E successivamente il capo degli stati maggiori del Pentagono, ammiraglio Michael Mullen, ha ribadito la convinzione che ci siano membri dei servizi segreti pachistani che danno il loro sostegno ai telebani e ad Al Qaeda.

Il presidente americano schiererà in Afghanistan altri 4.000 soldati che avranno il compito specifico di addestrare le truppe locali. “Accelereremo il nostro sforzo per creare un esercito afgano con 134 mila unità e una forza di polizia con almeno 82 mila unità – ha detto Obama – in modo da affidare sempre più la responsabilità della sicurezza alle forze dell’Afghanistan”. Il nuovo contingente, che dovrebbe partire a giugno, si sommerà ai 17.000 soldati aggiuntivi già annunciati dalla nuova amministrazione a febbraio e che arriveranno nei prossimi mesi in Afghanistan per rafforzare il contingente dei circa 38.000 uomini che già si trovano nel paese.

La nuova strategia, anticipata in un documento discusso giovedì da Obama per telefono con il presidente afgano Hamid Karzai e illustrato ai deputati statunitensi, prevede diverse raccomandazioni per far fronte alla spirale di violenza talebana in Afghanistan, ma anche in Pakistan. Il tentativo è di concentrare gli sforzi militari proprio sull’area, come anticipato durante la campagna elettorale.


Le richieste a Kabul e Islamabad. Il presidente ha presentato per la prima volta richieste esplicite alle leadership di Kabul e Islamabad perché trovino il modo di lavorare insieme contro il terrorismo, e dimostrare in modo concreto i progressi fatti. “L’era degli assegni in bianco è finita”, ha detto Obama ai leader del Congresso durante una riunione a porte chiuse.

I compiti dell’Afghanistan. Anche se si sta ancora sviluppando la lista precisa delle richieste che verranno avanzate, Kabul dovrà fare maggiori progressi nella lotta alla corruzione e ai signori della droga oltre che nel rafforzamento dei poteri locali. “Voglio essere chiaro: non possiamo chiudere un occhio sulla corruzione che porta gli afgani a perdere fiducia nei loro leader”, ha detto Obama.

Il ruolo del Pakistan. “Il Pakistan deve dimostrare il suo impegno per sradicare Al Qaeda dal suo territorio”, ha aggiunto ancora il presidente americano. Ad Islamabad si chiede di fare di più per tagliare i legami tra parte delle forze governative e i talebani, anche se sarà molto difficile far accettare il concetto di obiettivi precisi da raggiungere al Pakistan che si è sempre opposto a collegare gli aiuti militari – che da anni Washington fornisce al governo pachistano per le operazioni di anti-terrorismo – a qualsiasi criterio di controllo dell’efficacia dei suoi interventi.

Diplomazia e militari. Gli Usa ricorreranno non solo alla forza ma anche alla diplomazia e lanceranno una vasta operazione per coinvolgere i paesi vicini nella stabilizzazione. Con l’Onu daranno vita a un nuovo Gruppo di Contatto per l’Afghanistan e il Pakistan che metta assieme tutte le nazioni che hanno una parte nella sicurezza della regione, allargato anche a Teheran: gli alleati della Nato e altri alleati ma anche gli Stati dell’Asia Centrale, le nazioni del Golfo e l’Iran, la Russia, l’India e la Cina.

Non solo: oltre a rafforzare il contingente militare, Obama punta a inviare altri funzionari civili fino a raggiungere quota 900 – dovranno rafforzare l’amministrazione e consigliare in materia agricola – e a raddoppiare le forze di Kabul da 200.000 a 400.000 unità.

I fondi necessari. Un progetto ambizioso, che si presenta come una netta svolta per un conflitto che George Bush ha lasciato in una situazione di scarse risorse e mancanza di direzione. Per il nuovo impegno in Afghanistan occorreranno molti più fondi di quelli attualmente messi a disposizione: Obama ha chiesto al Congresso di triplicare, portandoli a un miliardo e mezzo di dollari, gli stanziamenti destinati alle azioni antiterrorismo nelle zone di confine tra Pakistan ed Afghanistan.
Frattini: “Linee da noi condivise”. La strategia tratteggiata dal presidente americano piace anche a Roma. Sull’Afghanistan, il presidente americano Barack Obama “sta indicando linee che l’Italia ha sempre condiviso”, ha commentato il ministro degli Esteri Franco Frattini, al suo arrivo al castello di Hluboka, nella Repubblica Ceca, dove si tiene il consiglio informale esteri della Ue. “In primo luogo, l’addestramento delle forze di polizia e il consolidamento istituzionale. In secondo luogo, la prospettiva regionale: Pakistan e Afghanistan non si possono separare, se vogliamo stabilizzare la regione. Terzo, ovviamente, un appello alla responsabilità di Karzai: il governo afgano deve assumersi le sue responsabilità. Su questo linee l’Italia ci sarà sempre”.

Repubblica.it

28 marzo 2009 at 11:03 Lascia un commento

Chavez: “Obama è un povero ignorante”

(Adnkronos)

Caracas, 23 mar. – (Adnkronos/Ign) – Mentre il mondo guarda con estremo interesse alla nuova Amministrazione Usa e timide aperture a Washington sembrano arrivare anche dai nemici storici degli Stati Uniti, il presidente venezuelano Hugo Chavez va controcorrente, definendo Barack Obama ”una povera persona ignorante”.

Nel suo usuale discorso trasmesso dalla radio la domenica, Chavez ha precisato di aver sospeso il procedimento per la nomina di un nuovo ambasciatore a Washington, dopo che il Presidente americano lo aveva accusato di ”esportare terrorismo” e di essere un ostacolo al progresso in Sudamerica.

Obama, ha aggiunto Chavez, ”deve leggere un po’ per poter conoscere la realta”’. ”Se Obama ci rispetta, noi lo rispetteremo. Se cerca di non rispettare il Venezuela, noi allora ci porremo in una posizione di confronto con l’impero americano”, ha quindi concluso Chavez.

Adnkronos Esteri

24 marzo 2009 at 10:46 Lascia un commento

La ritirata americana dall’Iraq “Agosto 2010, missione finita”

La ritirata americana dall'Iraq "Agosto 2010, missione finita"

WASHINGTON – “Il 31 agosto dell’anno prossimo la nostra missione di combattimento in Iraq sarà finita”, annuncia Barack Obama circondato dai marines in partenza per l’Afghanistan. Ma l’ultimo soldato americano lascerà Bagdad tra tre anni, nel dicembre del 2011. La fine della guerra voluta da George Bush, che dura da ormai sei anni, sarà lentissima e l’uscita dei 142mila militari americani avverà in due tappe: i generali hanno convinto il presidente, che aveva promesso di riportare tutti a casa in soli 16 mesi, che non si poteva fare per ragioni di sicurezza.

Il generale Ray Odierno, successore di Petraeus a Bagdad, ha ottenuto un ritiro più lungo e ragionato, tanto che il piano di uscita dal conflitto ha ottenuto il sostegno del repubblicano John McCain, ma non ha convinto la speaker del Congresso, Nancy Pelosi, i massimi livelli del Partito democratico e i gruppi liberal e pacifisti.

Il giorno dopo aver rivoluzionato la politica economica e fiscale americana, presentando un budget che alza le tasse ai più ricchi per abbassarle ai ceti medio-bassi e garantire una copertura sanitaria a tutti gli americani, Obama ieri è apparso molto più moderato nel presentare la sua strategia militare. La decisione di chiudere quella che ha sempre considerato una guerra sbagliata viene confermata, ma il presidente è sembrato preoccupato dai rischi di essere accusato di volersene andare dall’Iraq troppo in fretta. E ha ricordato che l’America ha anche “interessi strategici e responsabilità morali nei confronti degli iracheni”, che deve preoccuparsi di lasciare un Paese stabile e pacificato, capace di stare in piedi da solo e di governarsi, e ha anche promesso che nei prossimi mesi la sua Amministrazione garantirà una maggiore assistenza ai rifugiati fuggiti in questi anni dall’Iraq.


Come ha poi spiegato il segretario alla Difesa Robert Gates, un nuovo picco nella presenza militare nel Paese verrà anzi raggiunto alla fine dell’anno, in coincidenza con una nuova serie di scadenze elettorali che hanno spinto ad allungare i tempi. “Lasciare a maggio – ha sottolineato Gates – avrebbe comportato problemi logistici legati alla sicurezza, visto che dopo le elezioni occorre sempre un periodo di stabilizzazione”.

Così entro il 31 agosto del prossimo anno torneranno a casa tutti i battaglioni da combattimento, circa 100mila uomini, ma per altri 16 mesi le truppe a stelle e strisce – con un numero di soldati compreso tra 35 e 50mila – resteranno ancora a Bagdad per garantire la sicurezza dei civili, l’addestramento dell’esercito iracheno e le missioni anti terrorismo. I militari rimasti non avranno compiti e missioni di combattimento, ma una quota importante di loro sarà pronta a farlo se necessario. E questo non è proprio piaciuto alla Pelosi e ai leader democratici al Congresso, che avrebbero preferito che in Iraq rimanesse soltanto un piccolo contingente di non più di 15mila uomini.

Obama nello stesso tempo ha rimesso al centro della sua strategia l’impegno contro Al Qaeda in Afghanistan e Pakistan, “fronte centrale della lotta al terrorismo”, e ha rilanciato la diplomazia, enfatizzando la necessità di coinvolgere anche la Siria e l’Iran nel processo di pace in Medio Oriente, “per raggiungere una pace duratura tra Israele ed il mondo arabo”.

Il lungo discorso sul futuro dell’impegno americano in Iraq è stato fatto in mezzo ad una folla di soldati in mimetica e con la testa rasata a zero, alla base dei Marines di Camp Lejeune in South Carolina, da cui partiranno in 8.000 per Kabul. Le parole di Obama erano anche trasmesse in diretta alle truppe americane in Iraq, che hanno sottolineato con un lungo applauso l’annuncio della fine della loro missione.

Prima di prendere la parola davanti ai militari, Obama aveva informato della sua decisione il suo predecessore alla Casa Bianca, George W. Bush, e il premier iracheno Nuri al Maliki, a cui ha anche comunicato che il nuovo ambasciatore a Bagdad sarà il veterano della diplomazia americana Christopher Hill. Il diplomatico, fino ad oggi, era stato impegnato nelle trattative sul programma nucleare della Corea del Nord.
I marines hanno accolto Obama con un boato e lo hanno interrotto diverse volte nel corso del suo intervento, soprattutto quando il neo presidente ha elogiato il lavoro ed il sacrificio dei soldati americani per difendere la libertà degli iracheni. “Voglio essere molto chiaro – ha sottolineato -: abbiamo mandato le nostre truppe per rimuovere il regime di Saddam Hussein e voi avete portato a termine il vostro lavoro”. L’applauso più grande però è arrivato quando ha annunciato l’incremento del budget militare che consentirà di aumentare la paga dei soldati: “Aumenteremo il vostro salario, continuando a fornire assistenza verso i vostri bambini”. E con questa ovazione il presidente ha concluso il suo discorso più difficile da quando è stato eletto.

Repubblica.it

28 febbraio 2009 at 11:05 Lascia un commento

L’Italia rimane attaccata al nucleare anche dopo l’abbandono Usa, la denuncia di Greenpeace

Centrale nucleare

L’Italia continua a fare la parte dell’ultima ruota del carro nel dibattito su clima ed energia. Anche l’ultimo chiaro cambio di rotta degli Usa di Obama – introdotto dal pacchetto di misure in discussione al Congresso – è stato sostanzialmente ignorato dai nostri politici e dagli stessi media. Un tentativo di inserire 50 miliardi di dollari di fondi per prestiti a tasso agevolato a favore del nucleare, infatti, è stato infatti respinto dal Congresso, che ha bocciato l’emendamento del senatore repubblicano Robert Bennet. Invece i fondi per efficienza e rinnovabili sono passati da meno di 52 a quasi 60 miliardi, di cui 32,8 nelle fonti rinnovabili e 26,86 per l’efficienza energetica. A questi si aggiungono quasi 19 miliardi sui trasporti collettivi e sulle ferrovie.

Un grave colpo al preteso rilancio del nucleare. Già nel 2007 l’amministrazione Bush aveva introdotto fondi, pari a 18,5 miliardi di dollari, per prestiti a basso tasso di interesse per la costruzione di centrali nucleari. Una delle domande di finanziamento è stata presentata dalla Florida Light & Power per sostituire due reattori nucleari sulla base di 16 miliardi di dollari, mentre il totale delle richieste di accesso ai fondi, prima della crisi economica, aveva raggiunto 122 miliardi di dollari. E senza i soldi da parte del governo, per il nucleare made in Usa il futuro si prospetta veramente duro.

“Si tratta di un importante cambio di direzione dell’amministrazione USA- spiega Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia-Efficienza energetica e fonti rinnovabili hanno un grande potenziale sia in termini energetici che occupazionali. Secondo le valutazioni correnti per ogni miliardo di investimenti pubblici se ne possano generare due di investimenti privati, dunque l’impatto del piano è potenzialmente triplo”.

Tutte novità che non vengono percepite in Italia, dove si parla ancora di rilancio del nucleare e di carbone. Mentre Obama sembra andare nella direzione opposta: “Se si guarda al pacchetto messo a punto dall’amministrazione USA – continua Onufrio-  quella delle fonti rinnovabili e dell’efficienza è la parte che si presta maggiormente a promuovere uno scambio di tecnologie con la Cina, che è uno dei maggiori finanziatori del debito USA. Il Piano Obama, è un passo nella direzione giusta. Questo fa ben sperare anche in vista dell’appuntamento di fine anno a Copenhagen dove è in gioco il futuro del Protocollo di Kyoto. Speriamo che il nostro governo se ne accorga e si metta nella direzione giusta”.

RaiNews24

20 febbraio 2009 at 21:44 Lascia un commento

Un afro-americano per la prima volta alla guida dei repubblicani Usa

Michael Steele

Il 2009 è l’anno degli afroamericani negli Stati Uniti. A 10 giorni dall’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca il partito repubblicano ha eletto per la prima volta un nero, Michael Steele, presidente del Gop.

Michael Steele, ex-vice governatore del Maryland, ha battuto i suoi avversari dopo una serie di votazioni che hanno eliminato gradualmente gli altri candidati.

Steele, che ha 50 anni, e’ considerato un politico che puo’ avvicinare il partito repubblicano a porzioni di elettorato, come i neri e gli ispanici, che hanno votato in massa per i democratici nelle elezioni del novembre scorso.

Steele prende il posto di Mike Duncan, il presidente del partito repubblicano scelto personalmente nel 2007 dal presidente George W. Bush. Duncan sperava di essere confermato alla presidenza del partito ma nelle ultime settimane ha dovuto prendere atto del fatto che la fiducia nei suoi confronti era molto bassa.

Steele, che aveva studiato inizialmente in seminario per diventare sacerdote, si e’ laureato alla Georgetown University ed e’ cresciuto a Washington. Il partito democratico aveva eletto il suo primo presidente afro-americano nel 1989 con Ron Brown.

RaiNews24

30 gennaio 2009 at 22:22 Lascia un commento

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