Un’ancora di salvezza italiana

1 febbraio 2009 at 23:38 Lascia un commento

Un buon affare per la Fiat potrebbe non essere ancora abbastanza per salvare la Chrysler

La Fiat di Sergio Marchionne forse non sta esattamente investendo dove dovrebbe, ma Marchionne sta facendosi una reputazione di affarista consumato. Il mese scorso ha dichiarato che le prospettive immediate per l’industria automobilistica erano cosi terribili che solo i grandi produttori, con vendite di più di 5 milioni e mezzo all’anno, sarebbero rimasti nel lungo periodo – e che la Fiat, nonostante la sua recente rinascita, non vendeva nemmeno la metà. Questa settimana ha preso una grande e audace decisione intesa ad assicurare la sopravvivenza dell’azienda italiana forgiando, fra tutte le possibilità, un’alleanza strategica con Chrysler, un’azienda americana sull’orlo del fallimento.

Alla fine di dicembre Marchionne ha contattato Cerberus Capital Managment, un’azienda di gestione finanziaria che a metà del 2007, con grande disappunto aveva acquisito l’80% di azioni della Chrysler dalla Daimler. L’affare che ha proposto non sarebbe niente altro che un’ancora di salvezza. Chrysler è stata appena salvata da una bancarotta immediata con un prestito di emergenza del governo americano di quattro miliardi di dollari. Ma deve fornire prove al riguardo di un piano di ripresa plausibile entro il 17 febbraio per evitare di dover ripagare il prestito entro la fine di marzo. Solo allora potrebbe ottenere gli ulteriori tre miliardi di dollari di cui dice di aver bisogno, senza i quali l’accordo con la FIAT non andrebbe avanti. Con le vendite in dicembre in diminuzione di più del 50% rispetto all’anno precedente, quasi nessun nuovo prodotto in cantiere e un pesante verdetto dal Codacons americano sulla qualità dei suoi veicoli esistenti, Chrysler era rimasta senza alternative – fino a quando Marchionne ha chiamato.

Secondo gli accordi, che sono ancora solo un promemoria d’intesa, Fiat otterrà il 35% di partecipazione nella Chrysler in cambio dell’approvvigionamento della tecnologia a basso consumo Powertrain. Inoltre Fiat renderà disponibile a Crysler la sua piattaforma per veicoli di piccola e media taglia in modo da essere trasformati in Chrysler in nord America, e aiuterà i mercati stranieri della Chrysler, come quelli europeo e sud americano, dove la sua presenza è minima. I concessionari Fiat, per esempio, venderanno le Jeep in Brasile e in Italia. Nel lungo periodo, le due aziende collaboreranno su una piattaforma per automobili di taglia grande a trazione posteriore, in uso sia per l’Alfa Romeo che per la Chrysler. In questo momento critico, la Fiat invierà una squadra di funzionari esperti sulla ristrutturazione di un produttore di automobili in difficoltà.

Con l’aiuto della Fiat, la Chrylser potrebbe essere in grado di convincere una amministrazione scettica di avere un piano per aggiustare tre delle sue più madornali debolezze: una fiducia eccessiva in costosi furgoni e SUV, la quasi totale dipendenza dal mercato americano e una pericolosamente piccola squadra di manager.

Ciò che la Fiat ottiene in cambio, oltre alle azioni “regalate” (che attualmente hanno un valore pari a zero), è un ponte poco costoso verso l’America, un mercato che ha abbandonato più di 20 anni fa–ironicamente, prima che un precedente tentativo di allearsi con Chrysler fallisse. Una o due fabbriche della Chrysler verranno convertite per costruire la nuova e popolare Fiat 500 e due nuove Alfa, che saranno vendute nei concessionari Chrysler. Con una capacità di produzione combinata di più di 4 milioni di veicoli all’anno, la Fiat otterrà anche alcune vitali economie di scala per le sue piattaforme, il powertrain e i componenti elettrici prodotti dalla sua filiale Magneti Marelli. Comau, il braccio industriale e di automazione della Fiat, venderà alla Chrysler gli strumenti per riattrezzare le sue fabbriche.

Fiat ha poco da perdere. Se la Chrysler mette in scena una miracolosa ripresa con il suo aiuto, Marchionne avrà creato qualcosa di simile all’alleanza Renault-Nissan a quasi costo zero se non fosse per il tempo dedicatogli dai suoi manager. Con l’opzione di accrescere la sua partecipazione nelle azioni della Chrysler al 55%, l’accordo è potenzialmente trasformativo per Fiat. E se le cose non funzionano e la Chrysler finisce in bancarotta, la Fiat non avrà alcun danno finanziario ma sarà in pole position per raccogliere i vantaggi di cui ha bisogno per sviluppare la sua strategia nordamericana a prezzi stracciati.

Per quanto riguarda la Chrysler, essa ottiene qualcosa che non ha avuto per tanto tempo–un futuro che non è privo di speranza. Un ritorno ai piedi per terra però, è necessario. Come fa notare Adam Jonas della Morgan Stanley, non esiste la certezza che i clienti americani si butteranno a comprare le piccole Fiat. Jonas aggiunge: “La Chrysler ha bisogno di più che piccole automobili–ha bisogno di aiuto per la sua intera gamma di prodotti.

C’è anche la questione del tempo. È altamente improbabile che, anche con l’esemplare produzione di quelle “Chrysler-Fiat” di produzione americana, esse possano entrare sul mercato prima della fine del 2011. Fiat ha lanciato alla Chrysler un salvagente di qualche tipo, ma l’azienda americana potrebbe essere andata troppo lontano, e la tempesta potrebbe essere troppo feroce, per fare la differenza.

Italia dall’Estero.

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