Intervista a Pippo Corigliano (portavoce Opus Dei): «Salgo sul bus ateo, per sapere dove va»

20 gennaio 2009 at 13:38 Lascia un commento

Alla fine la concessionaria pubblicitaria IGPDecaux ha bloccato tutto per motivi deontologici. Eppure i «bus atei» – così li hanno battezzati -, ovvero alcuni autobus che avrebbero dovuto girare per Genova con sul retro scritto «La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno», fanno ancora parlare di sé. È stata l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) a decidere di lanciare la campagna nella città sede della diocesi governata dal presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, in scia a quanto già è stato fatto in Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti e Australia. E a Genova, come nelle altre parti del mondo, le polemiche non sono mancate. Come deve reagire la Chiesa? Occorre rispondere per le rime oppure lasciar fare che tanto tutto scorre e tutto passa? Pippo Corigliano, portavoce dell’Opus Dei, ha una sua idea. Lui, che è riuscito a ribaltare un attacco durissimo nei confronti dell’Opera – parliamo delle accuse contro l’Opus riportate nel libro di Dan Brown “Il Codice da Vinci” – in un’occasione per far conoscere meglio e a più gente cosa davvero sia l’Opus, pensa che «non serva rispondere scendendo sullo stesso piano di chi attacca». «Anche perché – dice – in fondo questa iniziativa induce la gente a pensare a Dio e al bisogno che l’uomo ha di Dio: il vero pericolo è il sonno dell’anima, non pensare».

Corigliano, come commenta questa bizzarra campagna pubblicitaria?
Ho imparato da San Josemaría, fondatore dell’Opus Dei, che i “cattivi” non esistono. Queste persone probabilmente sono mosse da un atteggiamento culturale che ha la radice remota nel rifiuto di Dio, che è proprio dell’uomo fin dall’origine, come ci ricorda la Bibbia. Per venire ai nostri tempi, basta risalire alla radice del pensiero laico come si è formato in Francia alla fine del settecento. Per Rousseau, ad esempio, la felicità, assieme all’avvenire radioso dell’umanità intera, ha il punto di partenza nel buon selvaggio. L’uomo allo stato di natura con i suoi istinti e la sua semplicità. Il male è rappresentato dalla morale costrittiva e dalle complicazioni create dalla Chiesa. Secondo il suo pensiero, il futuro radioso si raggiungerà soltanto abbattendo la Chiesa, le sue istituzioni e il suo modo di pensare. Così si spiega l’impeto quasi missionario con cui si attacca tuttora la Chiesa Cattolica, come se fosse l’unico impedimento per la felicità futura. Lo stesso atteggiamento è maturato nei paesi protestanti. Lì la secolarizzazione, diffusa soprattutto dai media, più che attaccare la Chiesa attacca l’idea stessa di Dio. Naturalmente la realtà è ben diversa. L’unica garanzia della felicità è sapersi figlio di Dio, di un Dio Padre. E il buon selvaggio non esiste. Non siamo buoni, selvaggi o no: abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio e di un po’ d’impegno.

La Chiesa cattolica secondo lei dovrebbe reagire?
La Chiesa ha reagito soprattutto con Giovanni Paolo II. Davanti al mondo sempre più secolarizzato Wojtyla ha offerto l’esempio non solo di un buon Papa e di un buon vescovo ma di un vero cristiano come i tempi attuali esigono: aperto, sportivo, colto, affettuoso, allegro, affamato di verità. Benedetto XVI continua questo lavoro soprattutto a livello intellettuale, non a caso le prime due encicliche sono sull’amore e sulla speranza. E poi non dimentichiamo che Chiesa è tutto il popolo di Dio. Anche i laici. E in questo tempo stanno fiorendo tante istituzioni e realtà che si occupano di formare laici che sappiano dimostrare con la vita la bellezza della fede in Gesù. La reazione giusta non è senz’altro scrivere sugli autobus uno slogan opposto. Piuttosto c’è da considerare che quest’iniziativa ottiene l’effetto opposto a quello proposto. Induce la gente a pensare a Dio e al bisogno che l’uomo ha di Dio. Il vero pericolo è il sonno dell’anima: non pensare.

Come avete risposto voi a Dan Brown?
Abbiamo utilizzato l’interesse per l’Opus Dei che “Il Codice da Vinci” suscitava. Da sempre abbiamo tentato di spiegar bene sui media lo spirito dell’Opera ma c’era disinteresse. I media sono, per loro natura, sensibili solo alla politica, all’economia e ad argomenti leggeri. Dan Brown ha acceso un riflettore sull’Opus Dei e noi siamo stati ben contenti di aprire le porte ai giornalisti e di illustrare la bellezza di questo messaggio di santità nella vita quotidiana e nel lavoro ordinario. Chi oggi si occupa di comunicazione ha potuto verificare che la miglior comunicazione nei nostri tempi è la testimonianza diretta, personale, di ciò che si vive.

Se incontrasse uno dei responsabili dell’Uaar, cosa gli direbbe?
Cercherei di conoscerlo e capirlo. Chi è lontano da Dio soffre. E la professione di ateismo può essere anche un grido d’aiuto, una speranza di essersi sbagliati.

E se si trovasse alla fermata dell’autobus e ne arrivasse uno “ateo” cosa farebbe? Salirebbe?
Certo. Perché è l’autobus stesso che mi induce a chiedermi: dove vado? E questa domanda può acquistare un senso profondo, grazie a quella stupida scritta.

Perché la fede oggi dà così tanto fastidio?
Perché un’ideologia è rimasta. È l’ideologia dei desideri che si trasformano in diritti. È un’onda culturale che non vuole argini e vuole dilagare seminando distruzione. La Chiesa è forse l’unica istituzione che offre resistenza perché difende l’uomo in quanto tale. Gesù non ha parlato delle cellule staminali eppure la Chiesa deve oggi difendere la vita, il matrimonio, l’educazione dei figli, la salute contro la droga, che sono dei beni di tutti non solo dei cristiani. Per chi si lascia impregnare da questa moda culturale la Chiesa è un ostacolo odioso. Ma, se quest’ideologia vincesse, tutto il vivere civile sarebbe compromesso. Basti pensare alla crisi economica attuale, che nasce dalla voglia smodata e illecita di guadagno.

Nel suo libro “U lavoro soprannaturale. La mia vita nell’Opus Dei”viene fuori un’immagine dell’Opus diversa da quella sovente tratteggiata sui media. Perché secondo lei media spesso dipingono l’Opus come una setta, un gruppo di potere?
L’ideologia di cui si parlava non vede di buon occhio la Chiesa, figuriamoci un’istituzione della Chiesa che svolge il suo apostolato nella società civile! Così succede che sul conto dell’Opera non solo si dicono sciocchezze ma si dice, alle volte, il contrario della verità. La verità è che l’Opera viene a rimarcare la distinzione fra fede e politica e fra fede e affari. Un’istituzione che si occupa di fede non può anzi non deve occuparsi di politica ed economia. Spetta ai singoli coniugare l’“io” e svolgere una politica umana e affari corretti, senza coinvolgere la Chiesa nelle proprie vicende personali.

Lavorare nella Chiesa nel settore comunicazione non è facile. Come si deve trattare coi giornalisti? Ha qualche trucco?
Spesso il giornalista è inserito in un sistema che è di per sé orientato in modo contrario alla fede. Perciò è importante conoscersi, riflettere e fare il possibile perché l’informazione sia più profonda e veritiera e andare così prudentemente controcorrente. L’Italia è un paese ricco di umanità e anche i giornalisti lo sono. In secondo luogo più che parlare occorre testimoniare la fede. Gesù disse ai primi discepoli “venite e vedete”. Non fece un comizio. Così noi diciamo: «Venite e vedete». Questi sono “i trucchi”.

Tratto da:

Palazzo Apostolico

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