Gaza, la collina della vergogna “Contro di noi ogni sopruso”

20 gennaio 2009 at 11:04 Lascia un commento

Gaza, la collina della vergogna "Contro di noi ogni sopruso"GAZA – La collina ha un nome mite: Hai el-Zaitun, il Posto delle Olive. Molteplice è l’origine della sua sfortuna. Hai el-Zaitun è alla periferia di Gaza, e dall’alto domina la città. Ma non meno di questa posizione strategica è stata fatale ai suoi abitanti la coincidenza di interessi tra Hamas e il governo Olmert, poiché a entrambi una guerra conveniva. In ogni caso, due settimane fa, nel pieno della battaglia di Gaza, ad Hai el-Zaitun trentacinque palestinesi sono stati uccisi dagli israeliani.

E le testimonianze dei sopravvissuti concordano: alcuni sono stati ammazzati a sangue freddo, quando si erano già arresi.

A Hai el-Zaitun vivevano i membri di un grande clan palestinese, i Samuni (Samooni secondo la trascrizione inglese). Abitavano15 edifici di due o tre piani sparsi per un’area di circa tre ettari. Avevano olivi, orti, anatre, un allevamento di galline e una piccola moschea. I tank israeliani e la fanteria arrivarono lassù nei primi giorni di gennaio e si attestarono tra le case. E’ probabile che uno o più Samuni abbiano sparato sui soldati. Ma neppure questo giustificherebbe quel che accadde in seguito.

La collina adesso è immersa in un fetore di galline morte. Sulla sabbia pressata dai cingoli dei carri armati si svolge da due giorni un andirivieni di sopravvissuti, impegnati a tentare di recuperare qualcosa dalle case, tutte colpite da pallottole e da granate, le più totalmente distrutte.

Atia Samuni, 47 anni, e suo figlio Ahmed, 4 anni, morirono in questa palazzina a tre piani, un edificio rudimentale di cemento nudo, con un tetto di lamiera, stanze senza porta e al piano terra, sabbia per pavimento. La moglie di Atia, Zeinat, non ricorda esattamente quale giorno fosse, probabilmente il 3 gennaio. Gli israeliani spararono una granata contro la casa, distruggendone una parte. Poi entrarono all’interno. Quasi tutti gli abitanti, venti in tutto, si era radunati in una stanza di tre metri per tre, con stuoie sulla sabbia. “Chi è il proprietario?, gridarono i soldati. Allora mio marito avanzò con le mani alzate”, mi racconta Zeinat Samuni. “Era sulla porta quando gli israeliani lo ammazzarono con una pallottola tra gli occhi. Cadde all’indietro, in questa stanza. Poi gli israeliani ci mitragliarono”.

Le pallottole ferirono cinque palestinesi, tra i quali i due figli di Zeinat Samuni: un neonato e Ahmed, il bambino di quattro anni. “Li sentivamo ridere, mentre rovistavano nella stanza accanto, per rubare quel che avevamo. Quando diedero fuoco ai materassi, il fumo invase questa stanza e non riuscivamo a respirare. In nome di tutti i libri sacri, li invocammo, lasciateci vivere, per pietà. Infine ci puntarono le loro luci laser e ci ordinarono di spostarci nella cucina. Fatemi prendere mio marito, dissi. Ma non vollero. Più tardi accadde qualcosa che non so, perché uscirono dalla casa. Provai a uscire anch’io, Ahmed perdeva molto sangue, ma i soldati presero a sparare fin quando non rientrai. Allora chiamai la Croce Rossa, gli ospedali. Mi dissero che non potevano mandare un’ambulanza, gli israeliani avevano già ammazzato due autisti. Mio figlio morì di emorragia. Vede quella striscia rossa sulla parete? Quello è il sangue del mio povero bambino”.

Secondo altre donne Samuni che trovo ad Hai al-Zaitun, almeno un altro palestinese sarebbe stato ammazzato a sangue freddo. Quando ne raccontano, sono inarrestabili come un fiume in piena. Si erano rifugiati in 80 in una palazzina prossima alle casa di Ahmed Samuni, quando gli israeliani ordinarono di uscire, prima con un razzo di avvertimento, poi con un altoparlante. “Strappammo strisce di lenzuola bianche, e agitando quelle sulla testa uscimmo. Gridavamo “Katàn, katàn”, bambini, e mostravamo i nostri figli. Eppure ci spararono. Da quella casa, la vede? Ammazzarono un uomo e ne ferirono altri due”.

Ricorre in questi racconti il saccheggio delle case. I soldati trasformarono in “centro di interrogatorio” la casa di Assad al Samuni, 50 anni, poliziotto, e per primo interrogarono lui, disteso su assi poggiate su una branda, bendato e legato con manette di plastica. Volevano sapere chi apparteneva ad Hamas, in quella zona. Nel frattempo perquisirono la casa e trovarono il bottino – qualche oggetto d’oro e circa 4000 euro in dinari giordani – in un cassetto segreto dell’armadio. Rubarono anche gli 800 shekel che Mahmud al Samuni, 11 anni, aveva nascosto tra i vestiti. E questo ora indispone Mahmud molto più del fatto che quando andava in cucina, per prendere cibo per il resto della famiglia, aveva sempre un mitra puntato nella schiena: “Avevo impiegato un anno per metterli insieme, accidenti!”.

Hai al-Zaitùn è una Mi-Lai israeliana? Recitavano, quelle donne straziate dal dolore? Non è difficile verificare se questi racconti sono veri. Israele sostiene che nell’offensiva mai il comportamento dei suoi soldati è stato disonorevole. Però rifiuta per principio un’inchiesta internazionale (nel caso affidata alla Corte penale internazionale) e ignora i dettagliati rapporti dell’americana Human Rights Watch, la più attendibile organizzazione per i diritti umani. Val la pena di rileggere un’indagine condotta da Hrw sulla penultima offensiva israeliana a Gaza, l’operazione Inverno Caldo, condotta a cavallo tra il febbraio e il marzo 2008, e conclusa con l’uccisione di 102 palestinesi, per la metà civili. Secondo Hrw i soldati israeliani si macchiarono di “gravi violazioni, incluso l’uccisione di un ferito trasportato in ambulanza, l’uccisione di due conducenti di carretti trainati da asini, il ferimento con armi da fuoco di due prigionieri. Tutti questi incidenti sono avvenuti in aree saldamente in controllo delle Forze armate israeliane”. Che tra i soldati israeliani ve ne sia qualcuno dal grilletto facile, è da mettere nel conto, considerando l’asprezza dello scontro e la sua durata. Ma secondo Hrw la questione è un’altra. “Un problema centrale è stato l’impunità” (rispetto alle leggi internazionali) che Israele accorda ai suoi militari. Hrw cita questo esempio: dopo “Inverno Caldo” Israele ha aperto indagini su tre furti che chiamavano in causa suoi soldati, ma non su presunti assassinii. Va da se che l’impunità distrugge i codici di un esercito. Anche di un esercito come quello israeliano, che trent’anni fa era il più etico (e il più motivato) del pianeta.

Ovviamente Hrw è durissima anche con Hamas, di cui condanna nei termini più nitidi i metodi di lotta. Se poi si aggiunge l’indifferenza di europei e americani alle violazioni più plateali, non sorprende che lo scontro arabo-israeliano abbia un carattere così sregolato. Poiché considera il nemico “terrorista, nazista e genocida”, ciascuno dei contendenti si accorda il diritto di derogare dalle leggi di guerra ed è tentato di puntare tutto sulla soluzione militare. Anche per questo è possibile che il cessate-il-fuoco non duri. Tanto più perché Hamas ora sembra ubriacata da quello che considera un successo.
L’esito finora inconcludente dell’offensiva israeliana ieri ha permesso all’organizzazione fondamentalista di dichiarare la vittoria. Davanti alle cineprese di molte tv, due incappucciati, entrambi capi delle Brigate Qassam, hanno millantato di aver ucciso 49 israeliani, uno in più dei loro guerrieri “martirizzati nello scontro” e di essere pronti ad attaccare il nemico se nel tempo di una settimana non uscirà completamente dalla Striscia e non riaprirà il confine. In quel caso “la guerra ricomincerà”, con “nuove sorprese” perché la “nostra capacità militare non è stata indebolita” e le Brigate Qassam sono in grado di elevare la qualità tecnologica della propria missilistica. I due incappucciati hanno concluso con un avvertimento ad Israele: “Non riuscirete a concludere la pace ai vostri termini”. Oltre milleduecento palestinesi sono morti anche perché Hamas potesse allestire questo spettacolino grottesco e velleitario, il suo debutto sulla scena internazionale. Un palcoscenico su cui conta di restare a qualsiasi prezzo.

Repubblica.it

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