Laureati ma declassati, i giovani del sud Europa accumulano le difficoltà

18 gennaio 2009 at 18:49 2 commenti

Pubblicato lunedì 12 gennaio 2009 in Francia

[Le Monde]

“Milleuristi” spagnoli, “generazione mille euro” in Italia, quella dei 650 euro in Grecia, CPE (Contrat de Première Ebauche, contratto di primo impiego, N.d.T.) in Francia… I giovani laureati in piena rivolta in Grecia condividono, insieme ai loro vicini d’Europa del Sud, il triste record di essere mal pagati quando trovano un lavoro, spesso precario.

Laureati ma sottovalutati, questi giovani vivono a casa di mamma e papà fino a 30 anni e anche più. Per ragioni economiche, ma anche, il Mediterraneo impone, per attaccamento alla famiglia.

“Alcune società condividono il peso della precarietà tra le generazioni, là tutta la precarietà si concentra nei giovani”, riassume il ricercatore del CNRS (Centro Nazionale della Ricerca Scientifica, N.d.T.), Olivier Galland. Egli prende come prova la percentuale di salariati in Francia con contratto a tempo indeterminato tra i 30 ed i 50 anni “che non è cambiata da venti anni a questa parte”.

Allarme rosso in materia di disoccupazione dei giovani, con il 25,2 % dei giovani dai 15 ai 24 anni senza lavoro (Eurostat 2006), la Grecia è seguita da Francia (22,6 %) ed Italia (21,6 %). In preda a una disoccupazione ridiventata di massa, la Spagna corre il forte rischio di far subire ai suoi giovani la stessa sorte.

Tra studi che si protraggono e lavori al ribasso, questi nuovi declassati sono le vittime di una “promessa non mantenuta” quando si vedono attribuire un impiego non proporzionato al loro investimento educativo, riassume la sociologa Cécile Van de Velde.

La delusione è tanto più forte per il fatto che questi paesi hanno vissuto in pochi anni “un salto” notevole tra la generazione dei genitori, che non hanno compiuto studi, e quella dei loro figli ultra-laureati. “Questi paesi hanno visto un improvviso e forte aumento dei livelli di istruzione per riparare al loro ritardo”, ricorda la ricercatrice Marie Duru-Bellat. Un dramma in una Europa del Sud che ha in comune la religione della laurea e una frattura tra università e mondo del lavoro, agli antipodi rispetto ai paesi anglosassoni e scandinavi.

Generazione Canguro

In Danimarca, paese modello in materia di politiche giovanili, la vicinanza di imprese e giovani è maggiore grazie agli stage e alla presenza delle imprese nelle università. Ma in questi paesi, ogni giovane all’età di 18 anni beneficia di una borsa di studio elargita sotto forma di 72 buoni mensili (dal valore complessivo di circa 1000 euro) dei quali ognuno è libero di disporne come vuole e senza limite d’età.

Come in Gran Bretagna, il lavoro degli studenti è la regola, e l’autonomia la norma.

Niente di tutto ciò alle latitudini più meridionali. Proprio come la Francia, che ha sempre respinto l’idea di una borsa di studio, la Spagna, l’Italia o la Grecia non hanno sviluppato politiche d’aiuto specifiche per l’accesso dei giovani all’autonomia. Questi paesi tendono, come dicono gli esperti, ai “trasferimenti in ambito familiare”, altrimenti detto, essi preferiscono aiutare le famiglie che, a loro volta, aiuteranno i giovani.

Niente di sorprendente, quindi, se queste generazioni canguro si aggrappano alla loro famiglia, rimandando il momento di crearne una propria. Il tasso di natalità si fissa all’ 1,32% di neonati per donna in Italia, 1,39% in Grecia o ancora 1,38% in Spagna. I bamboccioni (in italiano nel testo, N.d.T.) raramente lasciano casa prima dei 30 anni.
I giovani Greci, Spagnoli e Portoghesi si sovrappongono, con un’eta media di allontanamento da casa di 27 anni. La Francia, malgrado tutto, sfugge al fenomeno, con un’età media di separazione (dalla famiglia) di 23 anni. In Spagna, dove si aggiunge l’ossessione dell’accesso alla proprietà “non c’è alcun passaggio dalla famiglia che si lascia alla famiglia che si forma”, sintetizza Olivier Fernand, autore, insieme ad Alessandro Cavalli e Vincenzo Cicchelli, di “Due Paesi, due gioventù?” (Stampa universitaria di Rennes). Davanti a questo accumulo di difficoltà, quello che sorprende gli osservatori è il fatto che i giovani non si ribellino più. Ma quando si infiammano, questi incendi esprimono sicuramente molto di più, secondo il sociologo italiano, “non più la lotta per il domani ma la paura di perdere quello che si ha”.

Articolo originale di Brigitte Perucca

Italia dall’Estero

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2 commenti Add your own

  • 1. bajraktari  |  18 gennaio 2009 alle 20:09

    auguri, mi piace questo blog

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  • 2. leonefragile  |  18 gennaio 2009 alle 20:52

    Grazie ^^

    Rispondi

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